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Storie di libertà alla scoperta dell’Astratto

La Stirpe delle Anime Guerriere

Conoscere se stessi sembra facile, comprendere la vita diventa un lavoro quotidiano, accettare le negatività è la scelta più complessa. Le varianti dell’esistenza sono molteplici e cambiano a seconda delle personali decisioni. Capire e comprendere non sono la medesima attività da svolgere per essere in sintonia con gli altri e soprattutto con se stessi.

A queste domande, spesso senza risposta, vogliamo sollevare brevi spunti su cui riflettere mediante una riflessione che propone Sara Ascoli, antropologo medico, counsellor, mental trainer, formatore e autore.

Iniziata allo sciamanesimo andino, da oltre quindici anni opera a Roma come counsellor, avvalendosi di antiche e sacre conoscenze e ideando diversi cammini per liberare l’individuo dalle morse della paura e della mente. Inoltre, tiene corsi e conferenze per il risveglio della Coscienza.

Nel 2020 ha pubblicato per Ghilgamesh Edizioni il saggio Cenerentola: l’Inganno, l’Anima e il Sang Real. Dalla causa dell’ignoranza alla comprensione del cuore, (Enki, saggistica); per Ali Ribelli Edizioni, l’opera La Stirpe delle Anime Guerriere.

Sempre nel 2020 inizia la collaborazione come autrice per la rivista scientifica Cultura&Dintorni.

L’autrice, nel suo ultimo libro La Stirpe delle Anime Guerriere, racconta la voce di un lignaggio lontano che riecheggia nelle giornate di Riia: la sta addestrando ad essere un guerriero. Ma per cosa e, soprattutto, contro chi si dovrà combattere? Un guerriero della stirpe delle anime che vengono dal paradiso duella sempre contro sé: non ha nemici da sconfiggere, piuttosto ha se stesso da vincere liberando i propri territori dall’invasione mortale.

In bilico tra racconto e saggio, manuale e scrittura privata, mistica e medianità, fiaba e autobiografia, psicologia e sciamanesimo: la Stirpe inaugura le storie di libertà che ci inizieranno alla scoperta dell’Astratto; a ingaggiare competizioni contro l’idea di noi stessi, ciò che ognuno crede di essere; l’immagine mentale e mondana di sé.

Riia li chiama I Miei: sono le presenze invisibili che educano all’Intensità e alla Resa; a scansare le falle mortali di auto celebrazione e auto compiacenza; a vedere il mondo come immagine bidimensionale. Sono le Guide che le presenteranno la compagna Espiazione e i Maestri del Vento; che la addestreranno ai sogni e alla memoria di potere.

Così Riia incontrerà la Mantide, il Vichingo, il Terrestre e gli altri membri dell’esercito personale sino a conoscersi nel proprio doppio maschile. È fondamentale conoscere le differenze vissute nelle situazioni sociali, dove ogni accadimento ricopre un preciso significato anche se spesso non riusciamo a comprendere la sua essenza. Le riflessioni si susseguono e gli interrogativi devono avere una risposta.

Scopriamo con Sara Ascoli queste particolarità composte da piccoli gesti e da notevoli sfaccettature.

Le presenze invisibili che descrivi nel tuo ultimo libro che significato assumono nella vita quotidiana delle persone?

«Nella vita di ciascuno non saprei. Il cammino che ho fatto in oltre 25 anni, con quelle presenze che nel libro della Stirpe chiamo i Miei, è un percorso individuale che, come ho scritto, ritengo fondamentale: devo loro più di una vita, tra le volte in cui me l’hanno salvata e le offerte d’esperienza.

In un punto dell’esistenza, ognuno è raggiunto dall’invito di una coscienza superiore all’ordinaria: siamo chiamati a scoprire la nostra reale natura, come spiego nel saggio dedicato a Cenerentola invitata a nozze. A ogni invito risponde una tensione alla libertà o manifestazione, che è spontanea, naturale, direi connaturata all’uomo. Per alcuni il dialogo si risolve nell’arte; altri meditano o seguono discipline; qualcuno riversa la tensione in una passione, un interesse, uno sport, etc.

L’invito può arrivare sotto infinite spoglie, anche attraverso una forte sofferenza. È comunque sempre un’opportunità: in me si è attuato un passaggio dal mero esistere alla tensione verso la manifestazione; ho potuto vedere quale fosse la mia missione, il motivo per cui attraverso questa vita. Io ho dovuto solo accettarlo. E non è stato, non è, sempre facile».

Nell’attuale contesto storico dobbiamo essere guerrieri. Come possiamo usare la nostra forza per combattere di fronte alle difficoltà della vita?

«La forza che tramite prove ed esperienze scopriamo di avere, non andrebbe dispersa per affrontare il quotidiano, bensì per elevarsi. “Superare” le difficoltà vuol dire proprio “andare oltre, elevarsi” a una altezza tale che l’idea di difficoltà ordinaria non possa raggiungerci. La forza dovrebbe spingerci ad avere più fame: non saziarci di una casa, un lavoro, una famiglia o della buona salute.

Questo è il pane quotidiano ma è stato detto che “non di solo pane vivrà l’uomo”: ciò che onoro di queste parole è quel futuro troppo spesso inosservato. Sta scritto “vivrà” non “vive”. È da intendersi: potrà dirsi vivo unicamente colui che non si nutrirà soltanto di nomi e forme del mondo fenomenico ma saprà avere fame “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; LC 4,4).

Il posto che occupa il divino nel mio credo o nel mio libro lo spiego con un’altra illustre citazione di cui ho già abbondantemente scritto nel saggio su Cenerentola: “il Regno dei Cieli è dentro di voi” (Lc 17, 21 e nell’apocrifo di Didimo Giuda Tommaso). E se lì c’è il Regno, c’è anche il Re».

Attribuire un valore aggiunto a una negatività in che modo può diventare un punto di forza?

«Il valore si rivela quando andiamo oltre le categorie di giusto e sbagliato. Nella Genesi si parla del frutto proibito della conoscenza del bene-e-male, non del bene e del male, ma bene-male. Per molti quel frutto è ancora proibito. Viviamo nel regno della relatività per cui ogni cosa è vantaggio o disagio in relazione al punto di osservazione che scegliamo.

Ciò che solitamente consideriamo negativo perde le sue specifiche se ci liberiamo dell’importanza personale, del ruolo infernale di vittima intenta ad autocommiserarsi o celebrarsi e assumiamo la responsabilità del nostro potere. In termini danteschi questo equivale al passaggio dall’Inferno al Purgatorio; nel libro della Stirpe è ben illustrato nella fiaba di Barbablù».

La vita è un continuo combattimento. Quale messaggio vuoi lanciare con questo libro?

«Concordo che per molti la vita sia combattimento, eppure, in accordo con i Miei è illusorio, considerato alla stregua dell’intrattenimento per fanciulli, o per anime fanciulle.  Solitamente si combatte per difendere quanto appartiene al mondo delle cose: status, successo, sicurezza – nella sicurezza rientrano i rapporti, l’estetica, la comunicazione, la professione, l’esibizione di un’idea di sé; la ricerca di ragioni, motivazioni, ideali; il senso di appartenenza, la coerenza.

In sostanza, si combatte per non accettare il divenire, la caducità delle cose: impedire al fenomeno di divenire, all’evoluzione di compiersi, al cambiamento di manifestarsi, per il guerriero è appena intrattenimento. Intrattenere vuol dire trattenere presso di sé, sino a rallentare. E cosa si rallenta? La crescita, l’evoluzione di ogni uomo. Ciascuna forma di intrattenimento ordina la nostra attenzione: suggerisce in modo quasi ipnotico cosa vedere o desiderare.

La maggior parte delle persone è intrappolata in questa ipnosi eppure si ritiene libera di agire per propri scopi o interessi, inconsapevole di poter operare scelte all’interno di una gamma limitata e preordinata di obiettivi. Fintanto che useremo le nostre energie per realizzare scopi del mondo delle cose stiamo semplicemente lavorando al suo servizio: siamo i suoi schiavi.

Il libro della Stirpe narra di come la protagonista venga iniziata a quel genere di battaglie degne di essere combattute: avvengono sempre dentro di noi e contro le proprie rappresentazioni mentali che, in ultima analisi, sono responsabili del mondo così come lo vediamo».

Oggi parliamo sovente di resilienza. Che ruolo e quale significato attribuire in questo periodo storico?

«Più che di resilienza i Miei parlano di attesa, pazienza e resa: si tratta dell’Arte del non fare ovvero resistere alle provocazioni delle immagini in movimento, del fenomeno che ci intrattiene. Quest’arte si sviluppa arrendendosi a ciò che è, consapevoli che inevitabilmente cambierà, pur restando osservatori attenti e silenziosi.

Il mondo delle cose ci tenta costantemente con un avvenimento o con l’arrivo di un conto salato da pagare: l’osservatore nota ciò che si è mosso al proprio interno e ciò che invece non si muove mai. Dentro noi si attiva paura, disagio, irritazione: si tratta di minacce percepite da un’idea di noi stessi come la convinzione di non farcela, di non essere o di non meritare abbastanza.

È resistenza al cambiamento o alla necessità di oltrepassare i propri limiti conosciuti, ove per limite si intende la natura stessa di un’idea di noi. L’osservatore non si lascia distrarre dalle immagini in movimento che scorrono fuori da sé (il conto da pagare) il cui unico scopo è intrattenerlo in un’idea di sé che cerca difende l’illusione di essere reale.

Contrariamente all’idea di sé, il guerriero non rivendica il concetto di esistenza: “io esisto”, come fosse un oggetto o una forma, bensì lotta per mantenere la propria attenzione libera su ciò che non cambia mai ovvero la manifestazione dell’Essere nel Divenire. A questo Divenire universale (che altri definirebbero “progetto divino”) il guerriero partecipa in qualità di co-creatore ripulendo la propria percezione da interferenze individuali».

Francesco Fravolini

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