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Lavoro: valorizzare la risorsa culturale dei giovani

Lavoro: valorizzare la risorsa culturale dei giovani

Il mondo del lavoro cambia con i nuovi paradigmi economici e sociali del XXI secolo, aggiorna velocemente le modalità professionali a causa dell’emergenza sanitaria del Coronavirus. Ed è in questo scenario decisamente rivoluzionario che i giovani devono trovare il loro percorso formativo e di conseguenza professionale. I giovani sono una risorsa culturale sacrificata dalla crisi economica, dai dissesti finanziari provocati da una cattiva politica italiana, dalla visione ancora assente del futuro della nazione; le grandi eccellenze rischiano di non essere giustamente valorizzate nelle loro sfaccettature. Per crescere e maturare nel mondo in cui viviamo servono creatività e innovazione. La società chiede di uscire dagli schemi tradizionali del XX secolo ed esige allontanamenti dalle realtà economiche, per alimentare l’immaginazione e stimolare al confronto. Non è sempre negativo emigrare verso nuovi orizzonti perché vuol dire maturare con autentiche esperienze di vita, al fine di trovare originali stimoli alla personale intelligenza. Non sentirsi costretti ma adattarsi a questo cambiamento con uno sguardo diverso, significa apprezzarlo come un dono e una possibilità di credere alle proprie potenzialità. Sono aspetti importanti per favorire un approccio opportuno alle vicissitudini della vita. Puntiamo sull’innovazione digitale che stravolge le abitudini di vita e di lavoro ma consente, al tempo stesso, una maggiore facilità di conoscere. C’è una scrematura da fare con minuziosa attenzione ma è un mondo affascinante che apre a nuove possibilità, forse per molti ancora da conoscere. Sfruttiamo ciò che il bello della tecnologia è in grado di regalare per migliorare le nostre concezioni di vita, cambiando la personale filosofia della cultura. I giovani, in questo settore, sono avvantaggiati e dovrebbero essere supportati dalla vecchia generazione, senza entrare in competizione. Agnese Scappini, psicologa ad indirizzo lavoro e comunicazione, delinea questo cambiamento e indica soluzioni che possono trovare una loro applicazione nel contesto sociale e occupazionale.

I giovani come possono superare questo momento storico?

«I giovani sono coloro che hanno più ampie risorse per poter superare i momenti critici; hanno dalla loro una maggiore plasticità cerebrale (e proliferazione neurale) e quindi capacità di trovare sempre nuove soluzioni. Se, tuttavia, sono messi nelle condizioni di poterlo fare. Dobbiamo ammettere quanto stiamo trascurando il loro vissuto in questo momento storico, quando invece il segreto per aiutarli è proprio la nostra presenza e attenzione. Cechiamo di ascoltarli, promuoviamo il dialogo, diamogli fiducia, concediamogli maggiore spazio, le quattro mura di una camera non possono essere un luogo sufficiente».

Formazione e lavoro non sono in sintonia e in Italia c’è ancora questo gap che penalizza i ragazzi. Come si può migliorare?

«Ci stiamo lavorando, vedo un po’ di fermento e impegno a riguardo, appartenendo al gruppo degli Psicologi del lavoro all’ordine degli Psicologi dell’Umbria; in qualità di Psicologa del Lavoro mi dedico molto nel fare della formazione un cardine essenziale. La distanza e la digitalizzazione, forse, possono essere usate proprio a questo scopo: a rendere più fruibile le nuove modalità di ‘formazione’. È del tutto evidente che il percorso formativo deve essere considerato imprescindibile dalle stesse imprese, quindi è importante sensibilizzare manager e altre figure determinanti. I social possono essere un ottimo veicolo».

Il digitale è la nuova frontiera per adulti e giovani. Che ruolo assume nella preparazione culturale e professionale della nuova generazione?

«Accostare il termine digitale a cultura devo ammettere mi spaventa un po’; non per sembrare obsoleta, tuttavia se è vero che per cultura si intende l’insieme di conoscenze di un’epoca, il digitale appartiene a queste nuove conoscenze, quindi è certamente figlio di questa cultura. Il rischio, però, a tutt’oggi è che questo figlio rimanga orfano di una cultura intesa come base solida di conoscenze e criticità, che permettano di sostenere la immane complessità che il digitale porta. Cultura deriva in prima istanza da ‘coltivare’ un’attività che richiede dedizione, tempo e sacrificio, elementi di cui oggi si sta perdendo il valore e il senso in virtù della velocità, facilitazione nemica della riflessione».

Cultura e tecnologia in che modo possono e devono allearsi per valorizzare le potenzialità dell’innovazione tecnologica?

«Cultura e Tecnologia possono e devono collaborare per far sì che quest’ultima, che è strumento della prima, non ne diventi invece una carnefice, termine forte ma rende l’idea. Siamo nell’epoca della tecnè, un’epoca molto difficile perché la tecnica non ha un sistema valoriale che la guida, ma vive solo del continuo superamento di se stessa. È l’uomo qui l’unico garante di contenimento di questa supremazia tecnologica. Possono, quindi, convivere e collaborare se la seconda viene considerata e mantenuta strumento della prima e non coniatrice, a sua volta, di un nuovo e disincantato sistema valoriale».

Francesco Fravolini

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