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Lavoro, Alex Vatalakis: «Serve un reddito di formazione»

Il lavoro è sempre un costante problema per l’economia italiana. A poco servono le strategie adottate con le diverse misure studiate. È sufficiente pensare al reddito di cittadinanza che non ha prodotto quell’aumento necessario come previsto. I centri per l’impego non sono stati aggiornati e il problema dell’occupazione aumenta costantemente. A delineare la situazione sono i recenti dati rilevati dall’Istat. «Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2021 – si legge nel Rapporto – con quello precedente (novembre 2020-gennaio 2021), il livello dell’occupazione è inferiore dello 0,4%, con una diminuzione di 83mila unità. Nel trimestre aumentano le persone in cerca di occupazione (+4,8%, pari a +120mila) a fronte di un calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,6%, pari a -79mila unità). Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione, registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021, hanno determinato un calo tendenziale dell’occupazione (-0,8% pari a -177mila unità). La diminuzione coinvolge gli uomini, i dipendenti permanenti, gli autonomi e prevalentemente i 35-49enni. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,1 punti percentuali. Rispetto ad aprile 2020, le persone in cerca di lavoro risultano in forte crescita (+48,3%, pari a +870mila unità), a causa dell’eccezionale crollo della disoccupazione che aveva caratterizzato l’inizio dell’emergenza sanitaria; d’altra parte, diminuiscono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-6,3%, pari a -932mila), che ad aprile 2020 avevano registrato, invece, un forte aumento». Con Alex Vatalakis, quadro direttivo del Fondo Interprofessionale FONAR-COM per il monitoraggio delle politiche attive del lavoro, vogliamo comprendere il ruolo strategico delle politiche del lavoro, al fine di valorizzare economia e occupazione, soffermando l’attenzione sulla formazione.

Le politiche sul lavoro in Italia faticano a valorizzare l’occupazione. Come cambiare strategia?

«In riferimento alle politiche attive sul lavoro, tutte le misure messe a punto ad oggi non sono riuscite completamente nel loro intento. Le motivazioni, accanto alle due grandi crisi vissute nell’ultimo decennio (crisi economica e poi la pandemia) sono le seguenti: in primis le difficili interlocuzioni con le Regioni competenti in concorrenza nella materia; un ruolo secondario della formazione nell’accompagnare le misure di crescita occupazionale. Il Recovery Plan, che ha tra l’altro l’obiettivo di incidere fortemente, sia direttamente (stimolando gli investimenti e togliendo alcuni ostacoli alla creazione di nuove realtà produttive) sia indirettamente (indotto, aumento dei consumi), avrà un forte impatto sulla creazione di nuovi posti di lavoro che come dimostrano tutte le indagini diventano loro stessi volano per ulteriori opportunità di impiego. Questa volta, per raggiungere l’obiettivo, le risorse destinate dal PNRR (4,4 miliardi sui 6 totali) vengono assegnate assieme alla formazione che sarà l’arricchente (il concime) attraverso il quale, non solo si irrobustirà e consoliderà la crescita occupazionale, si tenderà a raggiungere il traguardo che ancora oggi ci allontana dagli altri Paesi dell’Europa».

Quali differenze sostanziali con i paesi europei?

«Le principali differenze con i paesi europei riguardano in particolare la forte attenzione che in Italia (anche per evitare o limitare almeno in parte la crisi sociale) si è data alle politiche passive del lavoro, non collegandole a quelle attive e quindi spesso non indirizzandole verso l’occupabilità. In quasi tutti i principali paesi europei negli ultimi decenni si è rafforzata la formazione degli adulti e l’istruzione “blended” (formazione tecnologica e connettività). In Italia, a differenza, l’intreccio di competenze territoriali (nazionali, regionali e comunali) a macchia di leopardo non ha mai permesso l’attuarsi di politiche di apprendimento permanente e nemmeno una transizione digitale come per esempio il PNSD (Piano Nazionale Scuola Digitale)».

Reddito di cittadinanza e altre misure di sostegno in che modo possono favorire l’occupazione?

«La genesi del Reddito di cittadinanza non conteneva l’embrione della formazione (obbligatoria) nel cosiddetto incontro tra domanda ed offerta (mai realizzata in pieno a causa di una mancanza di precedente messa a punto dei Centri per l’Impiego). Indiscutibile che abbia funzionato come politica passiva del lavoro e di sostegno economico e sociale, ma non sarà mai la misura che serve per favorire l’occupazione. Oggi più che mai, come politica attiva, serve un “reddito di formazione” (simile nell’erogazione economica al reddito di cittadinanza) ma condizionato a un percorso di orientamento, avviamento, attestazione e acquisizione di competenze tramite il “diritto-dovere” alla formazione come sostegno alla mobilità occupazionale».

La formazione che ruolo gioca nel nuovo paradigma economico e sociale del XXI secolo?

«La consapevolezza di un rinnovato intervento per un nuovo paradigma economico che diminuisca le crisi sociali attraverso un principio di sussidiarietà e di solidarietà intragenerazionale, ci porterà a scelte non più a breve termine ma orienterà le nostre abitudini, il nostro lavoro ad una nuova visione di futuro. La formazione (istruzione permanente libera ed accessibile a tutti) avrà un ruolo cruciale in questo processo e funzionerà da ascensore sociale, agevolando ed innalzando la propria condizione sociale, avvicinando (per quanto possibile) i diversi strati che formano la società ed attraverso il lavoro (più consono a tutta la comunità) promuovere la crescita economica dello Stato».

Francesco Fravolini

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