Renzo Maggiore: «Il cinema sostituisce il racconto di nonni e genitori»

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L’autore del libro è artista, musicista, scrittore. Nel volume evidenzia l’importanza delle espressioni visive prodotte dal cinema. Non deve essere sottovalutata la narrazione come occasione di trasferimento di nozioni storiche alle nuove generazioni

Il cinema riesce a fotografare la realtà sociale e racconta le epoche che si susseguono, quasi fosse un'enciclopedia da sfogliare per capire cosa sia successo nel passato. Non sono sufficienti gli storici che scrivono testimonianze sociali, economiche, politiche tenendo presenti i dati ufficiali rigorosamente accertati. Il cinema coglie di sorpresa le persone perché coinvolge al pari della musica e delle altre forme artistiche che riescono a spiegare periodi mediante quadri, colori, melodie, narrazioni. Nel libro di Renzo Maggiore Il mio spirito nel cinema ( http://blog.booksprintedizioni.it/area-press/comunicati-stampa/item/1652-il-mio-spirito-nel-cinema ) c'è un'interessante analisi sulla peculiarità del canale di comunicazione per eccellenza. Con l'autore cerchiamo di comprendere il ruolo del cinema nella realtà sociale come narrazione a beneficio delle giovani generazioni.

Il cinema come riesce a fotografare la realtà sociale?

«Il cinema, essendo la più giovane delle arti, fotografa nel migliore dei modi la realtà sociale attuale, ma anche quella passata e futura. Ciò è dovuto principalmente ad un fattore tecnico e neuro-scientifico: con la macchina da presa, il regista impressiona una serie di scene che ci ha un'immersione sensoriale totale, perché sono coinvolti tutti i nostri sensi, (canali visivo, auditivo e cinestesico). Considerando che, grazie al progresso tecnologico, le potenzialità e l'uso della nostra capacità di rappresentazione visiva sono aumentati a dismisura, l'attrazione dei mezzi di comunicazione principalmente visivi (oltre al cinema, la televisione e internet) diventa prevalente, al punto da mettere in seria difficoltà le altre forme di comunicazione (pensiamo ad esempio al crollo delle discussioni a carattere filosofico e all'indifferenza pressoché totale nei confronti dei poeti, per i quali non basta più evocare immagini con la semplice parola). Spesso, per sancire il successo di un libro, risulta decisiva la trasposizione cinematografica. Per quanto concerne i contenuti, l'efficacia dipende ovviamente dalla capacità di osservazione e analisi critica di sceneggiatori e registi».

Raccontare significa tramandare una testimonianza di un momento storico. Cinema e musica come narrano la storia contemporanea?

«Il cinema ha in gran parte sostituito il racconto di nonni e genitori. In questo senso, una figura centrale per il nostro periodo storico è stata senza dubbio Walt Disney, specialmente nel momento di maggior crisi della fiaba classica come strumento educativo. La narrazione cinematografica dipende molto dalle produzioni: in Italia ad esempio prevale tuttora il realismo (paradossalmente anche nelle cosiddette fiction), nel senso che si cerca di descrivere la realtà attuale o si punta a ricostruire quella storica stando il più possibile ai fatti. Con l'abitudine imposta dagli americani a sognare, all'ambizione del numero uno, a costruire una possibile realtà futura, l'attrattiva di un cinema più vicino alle modalità e ai tempi teatrali è andato un po' in crisi, è diventato di nicchia. Abbiamo dunque assistito ad una rincorsa da parte delle produzioni europee (ma anche di quelle continenti come l'Asia) alla tendenza americana all'esagerazione, all'osare l'oltre. Guardando a distanza questa impostazione, possiamo affermare che dalle trame parossistiche americane emerge una forte spinta spirituale che va alle dottrine e sposa l'autonomia di ricerca individuale (anche per questo fanno forte presa). Inoltre, sorprende come certe visioni presenti in film di decenni fa (considerate fantascientifiche o utopiche) si stiano concretizzando nella realtà (vedi i passi avanti della tecnologia e l'esperienza pandemica). Nella musica accade un po' la stessa cosa: mediamente, prevale l'immagine sui contenuti ed i cantautori fanno molta fatica ad emergere. Discografici e produzioni televisive seguono l'andazzo puntando soprattutto al personaggio. I big ed i grandi artisti riescono a sopravvivere per la forte reputazione che si sono creati in passato, perché sono oramai icone inamovibili dello spettacolo. A mio modo di vedere, dovremmo reimparare a rallentare (fino a fermarci) per stoppare la propensione allo stress tipico di un funzionamento troppo visivo della mente».

L'arte riesce ad individuare i momenti significativi. È la sensibilità sensibile che solo l'espressione artistica può avere. Che ruolo svolge in questo momento storico?

«L'arte è fondamentale da secoli, da quando l'uomo ha iniziato a ballare, a cantare, a disegnare e poi a scrivere e a sviluppare nuove forme espressive: è ciò che effettivamente rimane di bello e autentico ai posteri; è la migliore forma educativa assieme alla Filosofia. Per educazione intendo il significato etimologico del “tirar fuori da”. Oggi il suo ruolo è amplificato a livello individuale e sminuito a livello sociale. Mi spiego: sempre più persone sentono il bisogno di esprimersi in qualche forma d'arte per scoprire la propria origine e dar sfogo ai sentimenti (e di base è un bene); questo marasma di lettere, suoni e immagini rende tuttavia più difficile un riconoscimento dei veri talenti e ancor più una condivisione allargata delle opere davvero significative e direi utili per l'evoluzione umana. Nel nostro periodo storico, non basta rappresentare un'emozione o descrivere la realtà (che ognuno comunque coglie e valuta dal proprio punto di vista); ci servono visionari ed esperti di etica, ossia di saggi in grado di fornire strumenti di analisi del sé e dei processi di comunicazione e relazione (i formatori sono una categoria importante). La gran parte della massa umana non ce la fa a trasferire gli insegnamenti insiti nelle storie, nei film e nella musica in atti pratici volti al miglioramento del carattere e dei processi mentali, così decisivi per il benessere individuale e sociale. Ed è così che, come accade per gli artisti-icona, la massa continua ad affidarsi - spesso superficialmente - ai libri già affermati, ai cosiddetti classici. I classici possono essere una buona base di partenza, ma non è applicando solo vecchi parametri che possiamo gestire al meglio un'evoluzione così accelerata. In questo senso, le produzioni dovrebbero oggi fare un ulteriore sforzo valoriale nella scelta delle opere e degli artisti da lanciare e non dedicarsi ad un lavoro, solo perché forse conviene dal punto di vista economico o, peggio, perché è raccomandato da qualche potente. Ciò vale per tutte le categorie di artisti, a cominciare dagli editori e dai miei colleghi musicisti e arrangiatori».

Francesco Fravolini

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