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Economia, le scelte dei manager di un’impresa

Le imprese sono chiamate a decidere quotidianamente quali scelte strategiche adottare a beneficio della propria attività commerciale. È il naturale comportamento di un manager, pronto a guidare con intelligenza la sua impresa per competere sui mercati internazionali, al fine di assicurare un fatturato sempre in crescita. Il compito di un manager si traduce nelle azioni quotidiane intraprese per garantire un’affermazione della sua impresa sui mercati domestici e internazionali. L’economia è una filosofia caratterizzata dalle strategiche preferenze riguardanti il mondo degli affari. Ed è proprio con questa filosofia di impresa che è necessario osservare la società per scegliere i conseguenti comportamenti. Non è da escludere di immaginare che molti imprenditori si lascino influenzare dal destino oppure dalle situazioni improvvise denominate proprio ‘momenti fatali’. Già. Spesso possiamo lamentarci senza conoscere le cause di una situazione negativa. Eppure il destino nasce dentro di noi e si confonde nelle decisioni della vita imprenditoriale, a prescindere da situazioni positive che arrivano in un momento inaspettato. Con Sara Ascoli, antropologo medico, counsellor, mental trainer, formatore e autore, vogliamo approfondire proprio il destino per conoscere e comprendere le differenze di impostazione filosofica da adottare nelle imprese.       

Il destino come influenza le scelte degli imprenditori?

«Innanzitutto bisogna chiarire cosa intenda per destino la maggior parte delle persone. Si definisce destino uno schema che si ripete nel corso della propria esistenza. Uno schema o un copione denunciano la pregressa attivazione di tutta una serie di idee su noi stessi. Definisco questa famiglia di idee come ‘logiche della miseria’: esse vanno dalla convinzione di non valere, non essere o non meritare abbastanza, a quelle di colpa e castigo; di essere sbagliati; di essere nati da genitori sbagliati o vivere in un luogo/tempo sbagliato; e così via. La logica della miseria poi si estende a tutto ciò che riguarda la persona che si ritiene miserabile: partner, famiglia, professione, salute, amicizie, aspetto fisico; accadimenti e circostanze di vita. In sostanza, il destino è un’idea, soltanto un’idea, a cui obbediamo fino al punto da realizzarne condizioni che ne confermino le ragioni. Quanto più la mente ripeta queste idee (come una sorta di ipnosi auto indotta) tanto più facilmente gli eventi che ci vedranno protagonisti, ne saranno la manifesta conseguenza. E noi, questo, lo chiamiamo destino. Sarebbe più corretto definirlo volontà personale. Ma è proprio qui il secondo punto essenziale. Presupporre l’esistenza di una forza superiore ed esterna a noi, una potenza giudicante, per nulla amorevole; piuttosto incline al castigo, ha due effetti. Il primo consiste nel deresponsabilizzarsi completamente. L’altro è rinunciare alla coscienza di sé, ovvero, al fatto che il proprio pensiero/volontà abbia effetto plasmante sulla personalità e sull’ambiente di riferimento. Vale a dire, rinunciare al principio dell’in-form-azione: ogni pensiero è una vibrazione e come tale è una causa; ciò che ne è causato ha semplicemente ricevuto un’informazione. È stato informato, messo in una data forma. Mentre l’affidarsi a un destino ci deresponsabilizza e ci depotenzia, non va trascurato che la raffigurazione di questa entità per lo più malevola, giudicante e punitiva, non è altro che la proiezione di un aspetto della nostra stessa Ombra: in quella vastissima zona oscura in cui non osiamo guardare, abita uno specchio triste che rimanda un tratto inaccettabile e inconciliabile con l’immagine di noi che vorremmo offrire. Li vive un io giudicante, poco amorevole, punitivo, e colpevolizzante. Del resto, non siamo proprio noi a giudicare, maledire, il destino stesso fino anche a sfidarlo con intento punitivo? Ed ecco che destino e volontà personale coincidono e abitano nella stessa persona che non osa guardarsi. Questo è il destino a cui un gran numero di persone presta fede, persino i sedicenti atei. C’è poi un secondo aspetto, meno naive, del destino. Mi riferisco a sensazioni che si provano in relazione a eventi pur mai verificatisi nella vita di un uomo, eppure, la cui certezza di sventura ordina condotte e scelte. Questo tipo di sensazioni “innate” sbocciano nel terreno dell’enneageamma. Secondo questa tradizione esisterebbero 9 profili di personalità di base. Ognuna è incline a determinati bisogni così come paure. Il 5, ad esempio, tra le altre cose, teme di perdere tempo ed è convinto di morire presto. Pur non essendo “mai” morto prima, un individuo con base 5 avverte questo destino. Fatto il doveroso preambolo, posso rispondere alla domanda: il destino influenza la scelta di un imprenditore così come di ogni individuo, nella misura in cui si obbedisca a idee sovrane su sé, sugli altri e sul mondo. Con questo non intendo certo abbracciare la teoria new age secondo la quale ognuno è artefice della propria esistenza. Tutt’altro. Ritengo non ci sia nulla da poter considerare di proprietà, nemmeno le emozioni sono individuali e personali. Ma, appunto, per quanto si ritenga il destino una forza estranea alla persona, come ho spiegato poco prima, trattasi di un aspetto fin troppo interno all’uomo e alla sua mente».

Quale reazione evidenzia un manager quando comprende un momento di crisi sulla conduzione dell’impresa?

«La reazione a una crisi è legata principalmente a due fattori: l’importanza personale; l’identificazione con un ruolo o evento. Quanto più ci riteniamo artefici dell’esistenza (invece di attori responsabili) tanto più sviluppiamo attaccamenti infestanti di rabbia, frustrazione, senso di rivalsa, delusione, sconforto, etc. Riguardo all’identificazione con un ruolo professionale ma anche sociale, famigliare, etc, essa è il surrogato confortevole dell’identità. Oggi l’identificazione è molto di moda. Basti pensare alla rapida proliferazione contemporanea di terminologia etichettante: complottisti, no vax, allineati, influencer, etc.».

Come governare il destino che spesso influenza anche le scelte di vita?

«Non c’è nessun destino da governare. Piuttosto bisogna fare ordine nella mente e accorgersi di quanto sia fragile e volitiva questa installazione. È una questione di coscienza e disciplina: ancora una volta di responsabilità».

La propensione è quella di scegliere un responsabile quando accadono situazioni spiacevoli. Come reagire in maniera differente? 

«Appunto attraverso la responsabilità personale. Nella nostra cultura (in Italia in special modo) questa è una lacuna incolmabile ancora per diversi decenni. È “destinata” a rimanere tale poiché manca una conoscenza profonda della persona, di cosa sia la persona. Se non c’è questa coscienza non può esserci nemmeno la responsabilità personale. In questa tradizione la persona è stata sostituita dall’individuo come l’identificazione ha fatto fuori l’identità. L’etimologia della parola persona è legata al verbo latino “personare”, formato da per- = attraverso + sonare = risuonare. Affonda le radici nel teatro classico, in riferimento alla maschera che l’attore indossava e attraverso la quale faceva risuonare la voce. Era un teatro corale in cui si indossavano maschere, appunto: gli attori prestavano la voce. Nascosti i tratti distintivi dei loro volti, essi erano al servizio di un messaggio corale e universale. Questa è la persona. Individuo è composto dalla particella “in”, che sta per “non”, e “dividus” separabile. Dunque, che non si può dividere senza che perda il suo carattere. Ovvero, che ha una personalità tutta sua, speciale, singolare. Pertanto, la persona rimanda a una pluralità che serve uno scopo universale. L’individuo rimanda solo a se stesso».

Francesco Fravolini

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