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Economia, adottare il reddito di sviluppo

Il sostegno a imprese e professionisti deve essere una misura in grado di aiutare economicamente i soggetti beneficiari. Purtroppo, a causa dell’emergenza sanitaria del Covid 19, sono state registrate pesanti predite monetarie. Le azioni del governo non sono riuscite pienamente a supportare questa situazione economica mentre il lavoro ha accusato una forte crisi. Arcangelo Marrone, professore aggregato di Economia Aziendale presso l’Università LUM, propone un nuovo sostegno economico: dalla cassa integrazione al reddito di sviluppo. Questo cambio di paradigma è stato illustrato, insieme ad altre misure economiche, durante un webinar organizzato da Demos Italia. Con Arcangelo Marrone intendiamo conoscere questa novità e, più in generale, le misure da adottare a beneficio del lavoro.  

Lavoro ed economia subiscono danni ingenti con la pandemia del COVID 19. Quali azioni urgenti sono da adottare

«Il lavoro ed i relativi redditi che esso produce a beneficio delle casse erariali si sono pressoché annullati col sopraggiungere di un evento straordinario quale quello della pandemia e della crisi generalizzata che ne è derivata. Con la paralisi delle diverse attività economiche determinata dalle misure di contenimento della pandemia, con un effetto domino si sono ridotti non solo i redditi di impresa, ma anche i redditi di lavoro dipendente, i redditi di lavoro autonomo e persino i redditi fondiari (visto il calo sia degli investimenti nel settore immobiliare sia dei canoni di locazione percepiti dai proprietari). In mancanza di redditi o quanto meno in presenza di redditi più contenuti è assai più difficile per un’impresa come pure per un dipendente o un lavoratore autonomo affrontare, allo stato, il pagamento di debiti tanto nei confronti del Fisco quanto nei confronti degli istituti bancari, oltre ai debiti di fornitura. Le azioni urgenti da intraprendere non sono certamente quelle contenute nel piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) in considerazione del fatto che i tempi di attuazione delle misure quivi contenute sono medio – lunghi e quindi mal si conciliano con gli interventi immediati che l’economia reale richiede oggi più che mai, e ciò per evitare un vero e proprio corto circuito della nostra economia. Peraltro, occorre evidenziare che le misure contenute nel piano di ripresa e resilienza erano già state oggetto di valutazione prima ancora che giungesse la pandemia; è a tutti noto che sono anni che si parla di riforma della politica fiscale (ridurre la pressione fiscale sul lavoro e compensare tale riduzione con una revisione delle agevolazioni fiscali e una riforma dei valori catastali non aggiornati, contrasto all’evasione), della pubblica amministrazione (migliorare l’efficacia della pubblica amministrazione, in particolare investendo nelle competenze dei dipendenti pubblici, accelerando la digitalizzazione e aumentando l’efficienza e la qualità dei servizi pubblici locali), della giustizia civile. Per quanto importante il PNRR, ritengo che lo stesso distolga di fatto l’attenzione dalle problematiche attuali che gran parte delle imprese subiscono e che richiedono soluzioni straordinarie e tempestive. All’esito dello studio condotto, la proposta da formulare ai nostri governanti prevede un necessario cambio di paradigma: dalla misura di sostegno della cassa integrazione a quello che si può ribattezzare come il ‘reddito di sviluppo’. In sintesi: nella situazione attuale, lo Stato italiano sostiene i dipendenti delle imprese in difficoltà con un contributo pubblico (cassa integrazione), lasciandoli a casa. In una nuova e diversa prospettiva, lo Stato potrebbe utilizzare lo stesso contributo pubblico per remunerare il costo del lavoro sostenuto dagli imprenditori, scongiurando i licenziamenti attesi alla data dello ‘sblocco’ ed evitando gli ulteriori aggravi sulla spesa pubblica rappresentati anche dalle indennità di disoccupazione. In che modo? Lo strumento ipotizzato è quello di una Carta di credito – nel rispetto del Trattato di Lisbona art. 128 lett. a) e b) – che gli imprenditori utilizzerebbero esclusivamente per sostenere ed in modo tracciato il costo del lavoro. I vantaggi che ne deriverebbero sarebbero molteplici: creazione di occupazione e contenimento dei licenziamenti e del lavoro sommerso; regolarizzazione del pagamento di imposte, tributi locali e debiti finanziari da parte di imprese, lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti, mettendo in sicurezza il sistema bancario e i conti dello stato italiano; normalizzazione dei tempi medi di incasso dai clienti e dei tempi medi di pagamento dei fornitori, migliorando il fabbisogno finanziario; ripresa dei consumi; contenimento della fuga dei cervelli in paesi diversi dall’Italia; sviluppo del capitale intellettuale nell’ambito della nostra economia, sviluppando il settore della ricerca».

Imprese e lavoratori come possono trovare soluzioni adeguate al fine di combattere una crisi internazionale?

«La BCE nella Financial Stability Review ha evidenziato come i rischi per la stabilità finanziaria, nella fase di uscita dalla terza ondata pandemica, restano elevati e potrebbero concentrarsi su alcuni Paesi, dove le imprese sono maggiormente indebitate. Con la graduale rimozione delle misure di sostegno alle imprese – avverte la Bce – “non si possono escludere tassi d’insolvenza considerevolmente più alti rispetto a prima della pandemia, specialmente in alcuni Paesi. Ciò a sua volta può mettere sotto pressione gli emittenti sovrani e le banche che hanno fornito sostegno alle aziende durante la pandemia“. Orbene, tenendo conto che la pandemia di Covid-19 ha colpito l’economia italiana più di altri Paesi europei e che nel 2020, il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione Europea del 6,2, è ragionevole attendersi che i rischi paventati dalla BCE possano quasi certamente interessare anche il nostro Paese. Per far fronte alle conseguenze economiche e sociali della crisi pandemica, alle strategie economiche  a medio lungo termine  previste nel PNRR tese al miglioramento della produttività, della competitività anche a livello internazionale e alla stabilità macroeconomica, occorre a mio parere attuare soluzioni, come quella testé prospettata, che portino ad una ripresa rapida e sviluppo delle nostre attività economiche – nessun settore escluso – e che non possono limitarsi all’erogazione di indennizzi (peraltro inadeguati rispettivo alle perdite di fatturato e reddito subito dalle imprese e dai lavoratori autonomi) né, benché meno, alla concessione di prestiti che, per quanto garantiti, si traducono di fatto in un ulteriore indebitamento (a medio lungo termine) per gli operatori economici. La forza della ripresa sta nell’immediato riavvio delle attività economiche e nell’incremento del risultato economico operativo e dei flussi finanziari per effetto, in primis, di una minore pressione del costo del lavoro, e possibilmente attraverso una moratoria a lungo termine (10 anni) della debitoria fiscale; ciò consentirebbe: (1) alle imprese di svolgere la propria attività sfruttando l’intera capacità produttiva, remunerare la forza la lavoro e realizzare progetti di investimento, anche nel comparto della ricerca, tali da renderle più competitive sul mercato nazionale ed internazionale; (2) di immettere liquidità nell’economia reale, consentendo una rapida ripresa dei consumi».

Quale situazione economica sta vivendo la globalizzazione?

«Le limitazioni agli spostamenti ed il clima di diffidenza in genere che si è originato a causa della pandemia e delle rigide misure restrittive che ne sono derivate, hanno segnato in maniera rilevante l’economia mondiale nel suo complesso. È necessario ripristinare un clima di fiducia a e di sicurezza a livello di singole nazioni per sfruttare le opportunità di crescita economica connesse alla globalizzazione, anche per quei paesi che da tempo sono ai margini dello sviluppo economico mondiale. Occorre al tempo stesso aumentare con investimenti mirati l’attrattività dei territori e dei Paesi; nel caso dell’Italia, ad esempio, uno dei fattori che limitano la crescita di produttività – rispetto al resto dell’Europa – delle piccole e medio imprese che operano nel settore della cultura e del turismo (e della ricerca), è il basso livello di investimenti in digitalizzazione e innovazione (e nella ricerca). Come riporta il PNRR, nonostante l’Italia sia il paese con il maggior numero di siti UNESCO, non riesce a posizionarsi al vertice in Europa come numero di visitatori. E le aziende del settore sono, come è noto, tra quelle colpite in modo più significativo dalla pandemia. Gli interventi di politica economica prospettati consentirebbero, in questo e negli altri settori del comparto produttivo italiano, di ridurre i divari strutturali di competitività, produttività e digitalizzazione, incrementandone per gli effetti l’attrattività. Lo stesso dicasi per il settore manifatturiero, tenuto conto che le nostre imprese negli ultimi anni hanno decentrato la produzione all’estero principalmente per ragioni fiscali; una rivisitazione della politica fiscale a beneficio di imprese e lavoratori anche di questo settore potrebbe risultare un’azione vincente sia per attrarre capitali esteri in Italia che per creare le condizioni di sviluppo all’interno del Paese.

Francesco Fravolini

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