For our editorial planning we use monday.com, a simple and intuitive tool to manage any project or process. Try for free and let us know! 

 

We use monday.com

Comunicati StampaDiritto e Legal Tech

Coordinamento Giovani Giuristi Italiani: «Valorizzare le professioni giuridiche»

Valorizzare le professioni giuridiche

Rilanciare le professioni giuridiche a seguito del cambiamento causato dal XXI secolo. Il paradigma economico e sociale apre la strada a numerose novità tra le quali troviamo il nuovo avvocato, completamente rinnovato nella sua veste professionale rispetto al XX secolo. C’è bisogno di una normativa opportuna che sia in grado di rispondere adeguatamente alle nuove esigenze sociali e professionali. Il Coordinamento Giovani Giuristi Italiani prosegue nella sua attività di sensibilizzazione e denuncia, condividendo alcune proposte con Parlamentari, Istituzioni pubbliche, rappresentanti politici e membri della società civile; una normale conseguenza dell’attività di costante confronto con i colleghi ed i propri associati.

Obiettivo dell’associazione

Delineare un percorso di interventi utile a rilanciare la centralità delle professioni giuridiche nel contesto degli investimenti dedicati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR): formazione universitaria in cima all’agenda pubblica, equità nel praticantato e per l’accesso alla professione forense, un nuovo tirocinio negli uffici giudiziari e per il concorso in magistratura, un reclutamento nella Pubblica Amministrazione adeguato ai giovani e per il ricambio generazionale. Il Coordinamento Giovani Giuristi Italiani solleva alcune critiche e sottolinea diverse precisazioni riguardo alle modifiche da introdurre per migliorare il funzionamento della giustizia italiana, senza tralasciare il nuovo ruolo della professione di avvocato nel XXI secolo.

Il ruolo dei giovani nella giustizia del XXI secolo è determinante. Quale innovazione andrebbe introdotta con urgenza?

«La laurea non è sufficiente per accedere al concorso in magistratura; occorre, alternativamente, essere in possesso di un Diploma di specializzazione per le professioni legali di durata pari a due anni; Dottorato di ricerca, di durata pari a tre anni; aver svolto con esito positivo il tirocinio ex art.73 D.L. 69/2013, di durata pari a diciotto mesi; aver conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Le Università dovrebbero cominciare a proporre dei corsi dal taglio pratico: tecniche di redazione di temi giuridici, atti e pareri, sentenze e ordinanze, insomma dei corsi che diano allo studente un utile strumentario di cui servirsi quando affronterà la pratica forense o il tirocinio. Prevedere, ad esempio, la possibilità di svolgere un tirocinio/stage in sostituzione di un esame opzionale. Insomma, qualcosa che guidi il laureando nel passaggio dalla teoria alla pratica. Per quanto riguarda il periodo di svolgimento del tirocinio ex art. 73 D.L. 69/2013, che rappresenta uno dei modi di accesso al concorso, un giovane affianca il magistrato, sia in udienza sia in camera di consiglio, predisponendo le bozze dei provvedimenti; ai fini della valutazione positiva dello svolgimento dello stage, deve frequentare i corsi di formazione predisposti dalla Scuola Superiore di Magistratura; è sottoposto al giudizio del Magistrato affidatario, che dovrà dare atto del percorso formativo, delle capacità maturate e delle competenze acquisite. Le novità che hanno riguardato la modifica delle modalità di accesso al lavoro alle dipendenze della Pubblica Amministrazione sono per i tirocinanti ex art. 73 escludenti, non consentendoci di accedere alle prove selettive. I tirocinanti ex art. 73 non avranno nemmeno la possibilità di affrontare le prove concorsuali. Nel concorso c.d. “coesione”, quello dei 2800 tecnici per il Sud, sono stati così attribuiti i punteggi ai Master, Abilitazione all’esercizio della professione forense, SSPL e Dottorato, ma non al tirocinio ex art.73 D.L. 69/2013. Probabilmente i tirocinanti, che non posseggono ulteriori titoli, non riusciranno nemmeno a sostenere le prove. È necessario valorizzare il tirocinio ex art.73. Nonostante l’art. 73 sia rubricato “formazione presso gli uffici giudiziari”, il nostro tirocinio non riceve riconoscimento di punteggio alcuno, a differenza dei master, della SSPL e del dottorato. È necessario che l’esperienza acquisita durante i 18 mesi non venga vanificata. Un laureato, formato per 18 mesi per operare negli uffici giudiziari, come può essere cestinato e lasciandolo fuori dai concorsi pubblici o penalizzandolo?».

Come sarà il ruolo professionale dell’avvocato in questo momento storico dove cambiano drasticamente i paradigmi economici e sociali?

«La professione dell’avvocato è tanto importante quanto frustrata. L’avvocato aiuta i cittadini, gli imprenditori ad orientarsi nel “mare” delle norme. Spesso però l’avvocato si evita, è visto come “ultima spiaggia”, per rimediare a qualcosa che non è andata bene. L’avvocato oggi non dovrebbe solo “curare” ma fare prevenzione. Per di più, a fronte di una clientela che si riduce, ci sono sempre più interessati alla spartizione (delle briciole) della torta. Nel 1921 Pietro Calamandrei scrisse un saggio dal titolo “Troppi avvocati!”, critica per il numero sempre maggiore degli stessi. Un secolo dopo la situazione è peggiorata. Dal 2000 il numero degli iscritti all’Albo è sempre cresciuto; di conseguenza il reddito medio degli avvocati è diminuito. Ma si tratta di un reddito medio della categoria, molto eterogenea, in cui, a fronte di redditi elevati di professionisti (lavorativamente) anziani, ci sono giovani professionisti con redditi bassissimi. Formalmente “partite iva”, di fatto lavoratori subordinati, ma senza i benefici che ciò comporterebbe. L’area di attività su cui si concentra ancora la professione è data dall’assistenza giudiziale, mentre la parte consulenziale è ancora marginale. Ecco, questa è la parte di torta a cui i giovani avvocati devono puntare (ma per fare ciò, non avendo la fama di principi del Foro, che può avere solo un professionista con anni di esperienza – e magari generazioni – alle spalle) è necessario, contemporaneamente, essere versatili ma specializzati. L’avvocato si trova innanzi a una sfida che consiste nel cambiare il modo di approcciarsi a svolgere la professione, adeguandosi ai tempi, alle esigenze che cambiano. Ecco, il cambiamento, è una nuova sfida da affrontare anche nell’universo dei servizi legali. La professione di avvocato, negli ultimi anni, è stata considerata alla stregua di un servizio “fungibile”; un servizio che il cliente può acquistare da qualunque professionista, purché abbia il “titolo”. Di conseguenza il cliente va dove spende meno, e questo comporta una “gara al ribasso”, una corsa ad abbassare i prezzi per accaparrarsi i clienti. Per il processo decisionale del cliente l’elemento fondamentale non deve essere il prezzo, bensì la creazione di valore, cioè fare guadagnare (più) soldi al cliente, oppure farglieli risparmiare (il più possibile). O comunque più di quanto avrebbe saputo fare un altro avvocato concorrente. Per il cliente-imprenditore il valore è tutto ciò che aumenta direttamente (aumenta il fatturato) o indirettamente (riduce i costi) il valore della sua impresa. E ciò non si esaurisce più solamente nella capacità di vincere il processo, ma anzi di evitarlo, e conseguentemente fare risparmiare tempo (e stress) al cliente, per impiegarlo in attività, a sua volta, produttiva di maggiore reddito. L’avvocato oggi dovrebbe, per essere attrattivo, creare opportunità di business per il cliente. Se il servizio dell’avvocato è portatore di valore, allora, si esce dalla logica del price competition. Per fare ciò l’avvocato deve avere a sua volta una mentalità imprenditoriale. L’ordinamento professionale vieta però l’attività d’impresa. Chi gestisce uno studio legale con vari collaboratori dovrebbe pensare e agire come se lo studio fosse un’impresa. L’avvocato dovrebbe lavorare in team. Per fare ciò occorrono competenze manageriali ad hoc, qualcosa che a oggi non viene insegnato nelle università, e neppure esiste un percorso post laurea capace di impostare un metodo. Imparare da un avvocato “vecchia scuola” non è il percorso adatto, le scuole di specializzazione non lo sono. Forse potrebbero esserlo dei (costosissimi) master, magari offerti solo da università private, a condizione che ciò sia accompagnato da un percorso di tirocinio all’interno di una realtà aziendale. Bisogna, forse, prima stare in azienda, vivere le esperienze interne per poter, poi, supportare dall’esterno. Lavorare in team non è un optional per il futuro. La mentalità dell’avvocato dovrà trasformarsi da professionista inteso come tecnico del diritto-dispensatore di soluzioni a professionista-imprenditore, dedito alla gestione della consulenza per i clienti. In questo mutato scenario l’avvocato deve, prima di tutto, essere “proattivo”, deve sapere progettare interventi, definire obiettivi, coinvolgere persone interne, ma anche esterne, allo studio e che lavorano in rete con lui per la gestione di singole parti o aspetti del procedimento di consulenza. Deve sapere creare una catena di montaggio. Quanto alla tipologia di richieste, uno studio legale ben organizzato, con mentalità business, saprà gestire le richieste di consulenza con approccio manageriale, per cui, prima ci si dedicherà all’analisi della realtà imprenditoriale nel suo complesso (quindi non della singola impresa che segue, ma del contesto in cui questa agisce) poi si deciderà chi, fra i collaboratori dello studio, nelle varie fasi di gestione, se ne occuperà al fine di ottimizzare le risorse e razionalizzare le attività. La mentalità secondo cui l’avvocato era sempre il fulcro di tutto non funzionerà più. Il singolo non può gestire efficacemente grandi carichi di lavoro, perché ciò porterebbe ad allungare i tempi, ma soprattutto andrebbe a discapito della qualità della consulenza e della sua efficacia. Il consulente legale viene visto come parte integrante del processo decisionale interno, per cui si deve adeguare ai suoi tempi, altrimenti sarà sostituito da altre figure perché considerato un inutile costo, o addirittura un fattore di rallentamento».

Francesco Fravolini

Related posts
Comunicati StampaLavoroSviluppo Economico ed Innovazione

Linkedin e Reclutamento nella Pubblica Amministrazione: l'analisi di Pasquale Aiello - Presidente dell'Ente Nazionale per la Trasformazione Digitale ENTD

Il Presidente dell’Ente Nazionale per la trasformazione digitale, Pasquale Aiello, tiene a…
Read more
Comunicati StampaculturaDigitaleScuola

Digitale: analfabetismo funzionale, l'Alert di Francesco Lamacchia

Spesso si tende a sopravvalutare le proprie abilità digitali. Fare netsurfing o utilizzare app…
Read more
Comunicati StampaeconomiaLavoroMediAI Last News

Economia, adottare il reddito di sviluppo

Il sostegno a imprese e professionisti deve essere una misura in grado di aiutare economicamente i…
Read more

press@comunicatistampa.org

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *